Arte e Cultura

The Beauty in the Beast: storie di carceri e resilienza viste dal litorale

Progetto fotografico "The Beauty in the Beast - storie di carceri e di resilienza"

Dal mare di Anzio ai corridoi delle carceri italiane: il fotografo Gian Paolo Iervolino firma un progetto che attraversa l’Italia per raccontare, con immagini in bianco e nero e un docufilm, la parte più fragile ma anche più resistente dell’essere umano: quella che sopravvive dietro le sbarre.

La “bestia” e la bellezza nascosta dietro le sbarre

The Beauty in the Beast – Storie di carceri e di resilienza è un progetto fotografico ed editoriale che nasce da una domanda semplice e scomoda: è possibile trovare bellezza in un carcere? Non una bellezza estetica, patinata, ma quella che resiste nei gesti quotidiani, nei percorsi di cura, nelle relazioni che tengono in piedi chi vive o lavora in un istituto di pena.

La “bestia” del titolo non è il carcere in sé, né chi vi è recluso o chi vi lavora. È la parte ferita dell’essere umano, quella che emerge quando si cade, si sbaglia, si resta soli. La “beauty” è invece nelle persone che, ogni giorno, dentro le mura, provano a non arrendersi: detenuti, agenti di Polizia Penitenziaria, educatori, volontari, operatori e cappellani che scelgono di credere ancora nella possibilità di cambiare rotta.

Un fotografo del litorale nel “pianeta carcere”

Nato a Roma nel 1976 e cresciuto ad Anzio, dove vive tuttora, Gian Paolo Iervolino porta nel carcere lo stesso sguardo che da anni rivolge al mare: quello di chi conosce il confine tra quiete e tempesta. La sua macchina fotografica si muove tra corridoi, cortili, laboratori di sartoria e pasticceria, sale colloqui, campi da calcio, biblioteche: luoghi spesso immaginati solo come sfondo di cronaca nera, ma che qui diventano scenari di vita quotidiana, sospesa eppure ancora in movimento.

Le immagini sono in bianco e nero, spesso realizzate con la tecnica della lunga esposizione: le figure risultano mosse, quasi sospese, per proteggere la privacy di chi non vuole essere riconosciuto e, allo stesso tempo, suggerire l’idea di un’umanità in transito, mai definitivamente cristallizzata nel proprio errore.

Un viaggio attraverso l’Italia delle carceri

Il progetto prevede un vero e proprio viaggio lungo tutta la penisola, con tappe in oltre venti istituti penitenziari fino alla primavera del 2026. In ogni struttura Iervolino si ferma tra i cinque e i dieci giorni, per avere il tempo di osservare, ascoltare, restituire in immagini le attività che scandiscono le giornate dei detenuti e del personale.

Tra le realtà già raccontate troviamo, ad esempio, l’I.C.A.T.T. di Eboli, ospitato nel castello Colonna e dedicato a persone con problematiche di dipendenze: qui accanto ai percorsi terapeutici sono nati un giardino, un parco giochi per i figli e progetti condivisi con il territorio, a dimostrazione che la pena può intrecciarsi con la cura e il legame affettivo.

A Lanciano, nella Casa di reclusione in località Villa Stanazzo, l’obiettivo documenta laboratori professionali, come quello di produzione dolciaria nato in collaborazione con un’azienda del settore, e percorsi educativi per giovani adulti: spazi in cui il lavoro diventa occasione concreta di responsabilizzazione e futuro.

Un capitolo particolarmente delicato riguarda la Casa Lavoro di Vasto, istituto speciale affacciato sulla costa abruzzese, spesso definito “ergastolo bianco” dagli stessi internati per l’incertezza dei tempi di permanenza e per le criticità strutturali e logistiche. Qui il progetto illumina una realtà poco conosciuta, che riguarda meno dell’1% della popolazione detenuta ma concentra alcune delle fragilità più profonde del sistema penitenziario italiano.

Volti, voci e “lettere senza francobollo”

Accanto alle fotografie, il lavoro raccoglie parole. Iervolino ha consegnato a detenuti e operatori alcune domande semplici – sulla libertà, sulla paura del “fuori”, sulle opportunità di reinserimento – lasciando a ciascuno la possibilità di rispondere in modo anonimo o firmandosi.

Ne sono nate brevi frasi, confessioni, pensieri appuntati su fogli spesso senza punteggiatura perfetta ma con una lucidità sorprendente: c’è chi dice che la libertà è “respirare l’aria di mare o di montagna, l’aria delle stagioni, l’aria di casa”, chi teme che “il mondo fuori vada veloce” e di diventare “vintage” rispetto alla vita che scorre, chi afferma che la vera libertà è quella interiore, la capacità di rinascere pur restando chiusi tra quattro mura.

Sono “lettere senza francobollo”, come le definisce l’autore: pensieri che non sanno se e quando arriveranno a destinazione, ma che chiedono solo una cosa a chi li leggerà: essere ascoltati senza pregiudizio.

Un progetto tra fotografia, libri e docufilm

Tutto il materiale raccolto – immagini, testi, testimonianze – confluirà in una collana di libri fotografici divisi per regione, pubblicati con il titolo The Beauty in the Beast – Storie di carceri e di resilienza. La scelta dei volumi territoriali permette di dare visibilità alle singole realtà locali e di rendere più accessibile la distribuzione, con la prospettiva futura di cofanetti e edizioni speciali.

In parallelo, in collaborazione con Riofilm, è in lavorazione un docufilm nazionale che seguirà il progetto dall’interno: dalle sessioni fotografiche alle interviste, dal viaggio tra gli istituti alle presentazioni pubbliche, fino a mostre, dibattiti e aste di beneficenza. Anche le riprese video rispettano la privacy: quando necessario, i volti saranno offuscati o resi non riconoscibili.

Il progetto è ad oggi autofinanziato, ma aperto a collaborazioni, crowdfunding, patrocini e bandi, con l’obiettivo di destinare parte dei proventi a sostegno delle associazioni che operano nelle carceri o direttamente agli istituti, contribuendo al miglioramento delle strutture e delle attività interne.

Perché riguarda anche noi, qui sul litorale

The Beauty in the Beast non è solo un viaggio “altrove”. È un ponte ideale tra il nostro litorale e quei luoghi che spesso immaginiamo lontanissimi, ma che fanno parte della stessa società. Dal mare di Anzio alle colline interne, dalle città di costa ai piccoli paesi, le storie di chi sbaglia, cade e prova a ricominciare ci riguardano tutti: come cittadini, come comunità, come esseri umani.

Guardare queste immagini significa accettare una sfida: sospendere il giudizio per qualche istante e chiedersi cosa vediamo prima, se il reato o la persona. Forse, in quel momento, la “beauty” nella “beast” smette di essere un gioco di parole e diventa un modo diverso di guardare al carcere: non solo come luogo di esclusione, ma anche come spazio, fragile e imperfetto, in cui la dignità può tornare a farsi strada.

Info progetto: The Beauty in the Beast – storie di carceri e di resilienza, ideato e realizzato da Gian Paolo Iervolino, fotografo di Anzio. Il lavoro prevede la pubblicazione di una collana di volumi fotografici e la realizzazione di un docufilm nazionale in collaborazione con Riofilm.